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SESSO E T-SHIRT
Lo strano caso di Dov Charney
Intelligence in Lifestyle
Claire Hoffman
February 2009

È quasi mezzanotte e dov Charney, il quarantenne fondatore di American Apparel , se ne sta steso sul letto fissando un colossale televisore a schermo piatto. Sul pavimento, vicino a lui, un paio di scarpe da barca e un massaggiatore elettrico bianco. Dietro di lui, un'enorme finestra, rischiarata dal panorama del centro di Los Angeles . Dentro la sua villa sulla collina, ricolma di cancelli, marmi e oro, Charney è isolato dal caos sottostante. Il suo assortimento di Mercedes e Cadillac stagionate riempie la piazzola circolare di fronte alla casa.

Charney è un capitano d'industria vecchio stile, un magnate del manifatturiero che ha trovato un'idea (magliette sexy), l'ha realizzata, l'ha pubblicizzata, l'ha venduta e l'ha seguita maniacalmente in ogni suo aspetto. È ossessivo riguardo al prodotto: si inalbera con identica petulanza per le scorte di magazzino e per la scollatura delle magliette. E tanti lo descrivono come un pervertito, un libertino che ha ipersessualizzato l'immagine della sua azienda, e ha fatto lo stesso, secondo alcune dipendenti, con l'ambiente di lavoro.

Ma ultimamente tutto questo è passato in secondo piano. Nel dicembre 2007 , proprio mentre la terza causa per molestie sessuali si avviava verso il dibattimento in aula, Charney ha preso una posizione netta, e forse azzardata, comprando spazi pubblicitari su giornali del calibro del New York Times per esporre le sue idee progressiste in materia di immigrazione. Una di queste reclame, in cui campeggia la foto di una giovane e diligente operaia ispanica, recita: «È tempo di dare voce a chi non ha voce. Le imprese hanno paura di parlare con i media di immigrazione perché temono rappresaglie da parte del governo. Ma non possiamo starcene seduti nell'ombra e guardare il governo e i politici strumentalizzare e distorcere questo tema per i loro interessi».

Le inserzioni pubblicitarie di Charney sui quotidiani quasi arrivavano a dire che American Apparel, come molti altri datori di lavoro statunitensi, si serve di manodopera straniera senza permesso di soggiorno. I testi criticavano esplicitamente l'amministrazione Bush e chiedevano all'opinione pubblica se non fosse arrivato il momento di essere sinceri sull'argomento.

Forse no. Proprio nel dicembre 2007, Charney ha ricevuto un avviso d'ispezione da parte dell'ICE , l'ente governativo che si occupa del controllo dell'immigrazione: veniva invitato a preparare tutta la documentazione relativa ai suoi dipendenti. Charney e il suo sempre più nutrito team di avvocati e consulenti lo hanno interpretato come un avvertimento. Hanno fornito ai federali i dati di migliaia di lavoratori e da allora sono in stato di allerta, in attesa di un raid negli stabilimenti.



La giornalista e il masturbatore

American Apparel è il più grande produttore di capi d'abbigliamento negli Stati Uniti. Nello stabilimento al centro di Los Angeles Charney dà lavoro a circa 4.000 operai, nati soprattutto al di fuori degli States. Tutti hanno fornito i documenti, tuttavia lui è ancora inquieto sulla regolarità della posizione della maggior parte di loro. Ora sta affannosamente cercando di incrementare la forza lavoro, per garantire che le sue fabbriche possano continuare a lavorare senza intoppi. Nel 2008 ha assunto altri 2.000 operai, molti dei quali grazie ai volantini distribuiti per strada.

Forse un giorno sarà famoso come indefesso paladino dei diritti dei lavoratori immigrati, ma fino ad allora la sua reputazione corrente, quella di depravato, continuerà a prevalere. Basta fare il suo nome e la gente fa una smorfia di disgusto e poi chiede se è veramente un esibizionista, un pornografo, un masturbatore compulsivo. Dov Charney incoraggia questa etichetta e la rifiuta al tempo stesso, ma ha buone ragioni per non preoccuparsene. Il pubblico non è rimasto indifferente alle immagini di carnalità incontrollata irradiate dai cartelloni di American Apparel e spiattellate sulle foto, spesso scattate dallo stesso Charney, delle inserzioni pubblicitarie. Mostrano corpi giovani più o meno svestiti, con indosso i capi prodotti dall'azienda.

Quest'aura di sessualità è stata un'arma a doppio taglio per la società californiana. Charney è famoso per essersi masturbato di fronte a una giornalista. Lui sostiene che la reporter (della rivista Jane) estrapolò la masturbazione dal contesto. «Ero più giovane, allora», dice stancamente. «Il confine tra giornalista e partner sessuale non era così evidente». Lei ha ribattuto che il suo registratore o il suo taccuino erano sempre rimasti bene in vista e che i rapporti erano professionali.

Dall'anno in cui fu pubblicato quell'articolo, nel 2004 , quattro sue dipendenti gli hanno fatto causa, in tre diverse procedure giudiziarie. Nella terza, promossa dalla trentaseienne Mary Nelson , ex rappresentante di commercio dell'azienda, si sostiene che Charney andasse in giro con un perizoma alquanto succinto, che arrivava appena a coprirgli i genitali. Durante il primo colloquio di lavoro, secondo la Nelson, il capo di American Apparel si era riferito alle sue dipendenti con l'appellativo di «troie». L'avvocato della donna, Keith Fink , ha inoltre riferito al Los Angeles Times che la sua assistita era stata ingiustamente licenziata dopo essersi consultata con un legale. Charney insiste a dire che la Nelson, che ha lavorato per lui per poco più di un anno, aveva un rendimento scarso, non riusciva a trattenersi dal bestemmiare e gli stava addosso, riferendosi spesso a lui con l'appellativo di «uccello d'asino». Nonostante tutto Charney non ha mai contestato la maggior parte delle accuse.



I suoi avvocati hanno dichiarato, nelle carte processuali, che American Apparel è un posto di lavoro sessualmente intenso, dove parte del lavoro dei dipendenti, maschi e femmine, consiste nell'avere a che fare con comportamenti, discorsi e immagini relativi alla sessualità. Dov Charney afferma che il suo comportamento non è affatto anomalo nell'industria della moda, e che non dovrebbe essere considerato come molestia. Si difende dicendo che lui fa i soldi fabbricando biancheria intima. Sottolinea che oltre a essere il direttore creativo dell'azienda è anche uno degli indossatori. Ecco perché se ne va in giro seminudo per gli uffici. Sostiene di aver indossato quegli slip per farli vedere ai dipendenti e avere il loro parere estetico. Spiega che lui «collauda» i capi guardando come se la cavano «in azione». In una deposizione, ha detto che stava «spesso» «in mutande», perché stava «progettando una linea di biancheria» nel periodo in cui Mary Nelson lavorava nella società. Dice: «Sono molto orgoglioso della mia biancheria».

Le cause per molestie sessuali sono una spina nel fianco per Charney, se non altro perché distolgono l'attenzione da quella che lui considera la sua utopia industriale: da tempo è ossessionato del problema dell'immigrazione. L'ultimo progetto di Charney è quello di potenziare la sezione dedicata all'immigrazione sul sito di American Apparel: «Legalize L.A.», che ospita una nutrita raccolta di articoli presi da diversi giornali e notiziari, bollettini informativi pro immigrati, video ed estratti dal libro del 1958 di John F. Kennedy A Nation of Immigrants, più vario altro materiale in favore della legalizzazione della forza lavoro losangelina. Quando gli chiedo perché sembra fissato con questo argomento, cita Reagan davanti al muro di Berlino: «Signor Gorbaciov, abbatta questo muro!». E aggiunge: «È perché sono un ebreo! Gli uccelli sono liberi! Vogliamo andare da qualche parte? Andiamoci! In fondo io non credo nei confini. Gli americani che credono nei confini semplicemente non hanno fiducia nell'umanità».

Se i federali faranno il loro raid all'interno di American Apparel troveranno una fabbrica di 4.000 dipendenti o più che vivono in una sorta di fantasmagorico sogno charneyano di un'America operaia: in maggioranza immigrati, ispanici, grandi lavoratori e probabilmente meglio pagati (12 dollari l'ora) di qualsiasi altro operaio che cuce magliette nel pianeta. La maggior parte dei produttori tessili negli ultimi vent'anni ha levato le tende verso lidi lontani, ma qui a Los Angeles American Apparel fornisce assicurazione sanitaria, una clinica aziendale, pasti sovvenzionati, lezioni di inglese e una quantità di altri comodi incentivi. In un certo senso, è un'impresa utopistica.

Eldorado california

Ci sono tre filoni principali nella storia di American Apparel: l'ossessione di Charney per il libero scambio, il suo amore per le magliette americane e la sua fissazione per il sesso. Per lui, nato e cresciuto a montréal , l'affezione verso le T-shirt iniziò precocemente, con le visite ai nonni a Palm Beach, in Florida, dove comprava magliette lacoste , gant e hanes per tornare tutto fiero in Canada sfoggiando un look all'ultima moda. Nel 1988 , all'ultimo anno di scuola superiore, Charney fondò American Apparel. «Ero un topolino ebreo», ricorda divertito. A diciannove anni si trasferì a columbia, nella Carolina del Sud, insinuandosi in un mondo di produttori più anziani, da cui apprese formule complesse su come produrre capi d'abbigliamento e realizzare profitti.

Imitò la morbida, elementare semplicità delle magliette Hanes con cui era cresciuto e cercò di competere con i giganti vendendo magliette all'ingrosso a stampatori e negozi. Pur con tutta la sua passione, Charney era disorganizzato e nel 1996 non riusciva più a far quadrare i conti. Quell'anno mise l'azienda in amministrazione controllata e volò in california. Da allora si è sempre vergognato di quell'in successo ed evita di parlarne. «È un disonore!», strilla quando glielo chiedo.

Arrivò a Los Angeles e andò a lavorare in un laboratorio tessile in centro. Poi incontrò un fabbricante di abiti, Sang Ho Lim; dopo aver cenato in un ristorante di quelli col sushi distribuito sul nastro trasportatore, i due diventarono soci. Charney riorganizzò American Apparel nel 1998 , fondendo le sue attività già esistenti con l'impresa tessile di Lim. Man mano che il marchio guadagnava credito presso i giovani che non volevano vestire firmato (gli abiti di American Apparel sono famosi per non avere nessun logo visibile), il giro d'affari cominciò a crescere. Nel 2003 aveva tre negozi: due anni dopo ne aprì altri sessantacinque.

Il 12 dicembre 2007 , American Apparel debuttò a Wall Street. Le azioni di Charney furono quotate più di 580 milioni di dollari. L'affare portò anche 67,9 milioni di dollari nelle tasche di Lim, l'altro azionista principale. Centinaia di dipendenti ricevettero gratifiche in contanti per un totale di 2,5 milioni di dollari.

In un pomeriggio caldissimo, il boss di American Apparel si lancia in una missione per reclutare dipendenti, a bordo della sua Land Rover grigio lucente. Entra in un parcheggio pieno di spazzatura nel vecchio quartiere delle banche al centro di los Angeles . Gli eleganti edifici neoclassici in rame, pietra e legno di inizio Ottocento sono stati sventrati e riadattati a officine dove si lavora in condizioni di sfruttamento. Charney salta giù dal suo Suv con uno spesso pacchetto di volantini che reclamizzano i posti di lavoro: cucitori, tintori, tagliatori, inservienti e responsabili della sicurezza. Cammina lungo il marciapiede allungando i fogli ai passanti con lo zelo di un militante politico. «Tieni, prendi», dice porgendo i volantini a una senzatetto, a un negoziante e a una donna che passeggia con un bambino. Passiamo davanti a due barboni che puzzano di alcool. «Niente volantino se sei ubriaco», mi sussurra.



Alla fine rimonta in macchina per andare alla fabbrica, al 747 di Warehouse Street . Decine di donne di mezza età — filippine, cinesi, sudamericane, messicane — sono in fila all'ingresso in attesa dell'ascensore. I colloqui di lavoro avvengono all'interno. Un paio di tizi biondi, identici, con l'aria da surfisti, girano con le infradito ai piedi. Un altro coi capelli rossi e i jeans viola passa veloce con uno sguardo frenetico e un metro da sarto intorno alle spalle. C'è una ragazza con i pantaloni tigrati rosa shocking; altre indossano minigonne e collant e hanno al braccio borsette Chanel originali. Su una panca, seduta in attesa insieme alla madre, c'è una bambina strizzata in una gonna da tennis, intenta a mangiare un hot dog.

Al secondo piano stanno scattando delle foto. Un uomo con una giacca di nylon turchese e jeans attillatissimi fotografa una ragazza in fuseaux. In piedi lì accanto c'è Iris Alonzo , una delle direttrici creative dell'azienda: «Viviamo in un mondo di stronzate», si lamenta. «Ci stanno prendendo di mira. Dov è un personaggio ed è facile farne un bersaglio. Gente anziana, come quelli che ci governano, amano pensare a lui come a un pervertito. Ma noi versiamo 100 milioni di dollari di contributi all'anno qui a Los Angeles. Siamo la mini-versione di un maxiproblema».

Nella primavera dello scorso anno, Charney ha dovuto licenziare trenta dipendenti — molti dei quali lavoravano nell'azienda da più di dieci anni — quando ha scoperto che non erano in regola con i permessi di lavoro. Ognuno di loro ha ricevuto azioni della società per un valore di 30.000 dollari , una buonuscita mai sentita tra gli operai tessili.

In questa città il primo maggio (non è una festività negli Usa, ndr) è diventato il giorno in cui si protesta contro il trattamento riservato ai lavoratori immigrati. Nel 2007 , durante l'annuale manifestazione, la polizia manganellò e sparò lacrimogeni sui dimostranti. Lo scorso anno la fabbrica di American Apparel ha chiuso prima per permettere ai dipendenti di partecipare. Charney e i suoi assistenti avevano lavorato da settimane per la buona riuscita della manifestazione. Avevano distribuito gratis per tutta la città, nei negozi di American Apparel, magliette con su scritto "Legalize L.A.".

Primo maggio 2008: Charney raggiunge i suoi dipendenti all'ora stabilita, ma c'è ancora un ritardo. Bisogna aspettare un senatore dello Stato che ha promesso di sfilare con loro. Quando il politico finalmente arriva, Charney parte di buon passo giù per la strada. Dopo qualche minuto, i suoi collaboratori gli urlano che ha seminato il resto dei suoi operai.

Lui vorrebbe che American Apparel fosse per Los Angeles quello che Levi Strauss fu per San Francisco all'epoca delle lotte per i diritti civili, quando il grande marchio di jeans abolì la segregazione razziale nei suoi stabilimenti, molto prima che il governo federale lo rendesse obbligatorio. Oggi, però, Charney sembra incerto su quanto esporsi. La manifestazione finisce in centro, di fronte al palazzo del Los Angeles Times. È stato allestito un palco dove si esibiscono band di mariachi e dove si alterneranno esponenti politici locali per parlare contro l'Ice, contro Bush e contro chi attacca gli immigrati. Charney aspetta questa manifestazione da settimane, ma ora, mentre politici e attivisti lo stanno supplicando di salire sul palco, gira in tondo silenzioso.



Etica & estetica

Sostiene che la politica non vende. Il sesso vende. E lui, dov Charney , in definitiva, vuole vendere. Gli chiedo qual è il legame fra tutto questo: le accuse di molestie sessuali, le pubblicità esplicite e quello che a detta per lui ora conta più di tutto, la sua battaglia politica per una riforma delle leggi sull'immigrazione.

«È difficile essere alla moda e togliere la sessualità. La moda deve farti sentire attraente, come il sesso ti fa sentire bellissima. E non ti rincuora sapere che è prodotta in condizioni decenti? La faccenda della garanzia che quello che indossi non è stato prodotto sfruttando i lavoratori è troppo complicata, sofisticata. Noi abbiamo detto: "Vaffanculo. Non ne parliamo. La gente non lo capisce". È una vittoria riuscire a produrre vestiti che piacciono alla gente in un posto di cui non c'è da vergognarsi. Lasciamo perdere le pubblicità e le lamentele. O il fatto che abbia sbagliato facendo dei commenti a un paio di ragazze. Che egoismo! Non ti metti mai un paio di pantaloni con cui ti senti bella, Claire?». «Sì», gli rispondo. «Il paio che indosso proprio adesso». «Vedi!», grida vittorioso, «è questo che vuole una donna bella e intelligente, andare a cena con un paio di pantaloni con cui si sente attraente. Così si sente in cima al mondo, cazzo. È tutto qui. Pantaloni! Pantaloni! Una bella donna non chiede altro!».